Il labirinto del silenzio, film e realtà

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Nell’anniversario della Shoah parliamo di un film interessante che ha riproposto al pubblico qualche tema maturo e un argomento di attualità. Il film è “Il labirinto del silenzio”. I temi maturi riguardano la banalità del male (introdotto nel lessico letterario e sociale da Hannah Arendt con il famoso reportage sul processo Eichmann) e il rapporto gerarchico militare tedesco, che non consentiva disobbedienze all’interno dei campi di concentramento (né altrove), pena la morte.

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L’argomento di attualità riguarda la collusione di sistema, che in Germania ha consentito l’auto da fé a carico di qualche capro espiatorio, ma non il processo giudiziario ai responsabili dello sterminio, negli anni 50 e 60 in vita e in auge negli incarichi di dirigenza pubblica e privata. Infatti, il film si conclude un po’ troppo trionfalisticamente con l’annuncio che nel 1963 sono stati condannati dal Tribunale di Francoforte sul Meno 17 imputati, su 19 (rispetto alle migliaia di responsabili), per reati commessi nel campo di Auschwitz.

Il percorso psicologico del protagonista principale, un giovane avvocato nelle vesti di pubblico ministero, estraneo per motivi anagrafici allo sterminio, che, indagando, scopre la vastità del fenomeno nazista e i silenzi colpevoli dei vertici nazionali e della gente comune, è scontato. Mentre meno scontata è la collusione che infesta (bisogna dire anche per oggettive esigenze di direzione esecutiva e amministrativa del Paese) la società tedesca per i lunghi anni della ricostruzione. In cui anche il Mossad, la famosa intelligence israeliana, gioca un ruolo di presenza e di condivisione delle scelte “politiche” della Giustizia tedesca. Dei due ricercati principali, Eichmann e Mengele, il medico che sperimentava sul corpo vivo degli internati, con preferenza per i gemelli, il Mossad cattura, come è noto, il primo, ma “risparmia” il secondo, che muore misteriosamente per annegamento anni dopo in Sudamerica.

Non viene per niente rappresentato il dibattito in aula, già ampiamente e ottimamente trattato nel film che, alla fine degli anni 50, ha introdotto nel dibattito sociale e giuridico il genere del reato in danno dell’umanità “Il processo di Norimberga”. Dal quale, anni dopo, con la partecipazione significativa del grande giurista italiano Giuliano Vassalli, ha avuto origine il Tribunale Penale Internazionale. Ottima, nel film in commento, la ricostruzione ambientale. Gradito agli italiani appassionati di “due ruote” il focus sulla Lambretta usata dall’avvocato.

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