La protesta degli specializzandi: caso emblematico del disagio di una generazione

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L’altro giorno al Policlinico di Roma c’è stata la riunione dei medici specializzandi e ricercatori, per protestare contro la disposizione di modifica al testo della legge di conversione del decreto fiscale n° 16 del 2 marzo 2012, a cui è seguita la pacifica manifestazione di ieri davanti ai “Palazzi” della politica.

La differenza che è balzata subito agli occhi di chi è abituato alle solite, e spesso belligeranti quanto strumentali proteste studentesche, è stata l’evidente intenzione di dare una dimostrazione di “presenza” da parte di una generazione che subisce quotidianamente l’attribuzione di discutibili epiteti da chi nella vita, e diciamolo, anche con un po’ di fortuna, ha trovato la propria soddisfazione socio economica.

Questi soliti noti, per tale motivo, si sentono nella condizione di potere/dovere salire sul pulpito a pontificare su ciò che “i giovani” sono, o peggio debbono, fare. La sindrome tutta italiana di voler fare ciascuno il commissario della nazionale di calcio. Ma entriamo nel merito dell’ emendamento, scongiurato poi in sede di approvazione grazie ad un sussulto dei partiti (della serie: se ci sei batti un colpo!), accettato – obtorto collo – dal tecnicissimo Presidente Monti.

La disposizione prevedeva che le somme da chiunque corrisposte a titolo di borsa di studio o di assegno, premio o sussidio, per fini di studio o di addestramento professionale, concorressero a formare il reddito per la parte eccedente gli 11.500 euro. In buona sostanza, la norma avrebbe avuto l’effetto di imporre il prelievo fiscale sulle borse di studio e sui dottorati di ricerca delle Università, finora esentati dalla legge 476 del 1984.

La gente penserà, ecco l’ennesimo balzello e la consueta protesta dei rappresentanti di categoria, con l’aggravante di essere considerati pure dei privilegiati. Nulla di tutto questo potrebbe essere più sbagliato. Sono andato anche io all’ assemblea e ho parlato con questi ragazzi, giovani medici come Marco, specializzando in ortopedia, che mi ha raccontato dei turni massacranti a cui è sottoposto, tra un corso di approfondimento (pagato, ovviamente, a sue spese) e le notti in sala operatoria. “Corriamo dei rischi enormi per la nostra salute. Sono sottoposto a Raggi X in continuazione senza avere le necessarie protezioni”, è quasi rassegnato all’idea di dover trovare una soluzione all’estero per essere valorizzato come medico, ma prima ancora come persona. Poi Michela e Chiara, entrambe cardiologhe, e Silvia, psichiatra, parlano della loro condizione “Siamo studenti o professionisti? Ma quali privilegiati, siamo soltanto sfruttati!”.

Ed ecco il nodo cruciale della faccenda: pagano le tasse universitarie, perché sono studenti, ma allo stesso tempo pagano l’iscrizione all’ordine e all’Enpam, perché, non sono ancora specializzati, ma sono medici ed esercitano a tutti gli effetti anche con responsabilità notevoli, e quindi aggiungi il costo dell’assicurazione privata.

Ogni giorno affrontano e sopportano la dura vita dell’ospedale, si spaccano in quattro per sostenere le guardie (tutti fanno più di 100 ore di straordinari) e tra una visita e l’altra, studiano, scrivono e pubblicano, per essere competitivi e aggiornati. Ogni anno sostengono un esame dal cui esito dipende il rinnovo contrattuale e spesso sono fuori sede che dividono stanze ed affitti per potersi mantenere un tetto sopra la testa.

No, chiedere loro pure di pagare ulteriori tasse, non essendo neanche dei professionisti, sarebbe stato veramente troppo. Quando li guardi è impossibile non pensare che uno di loro un giorno potrebbe salvarti la vita, aiutare tuo figlio a venire al mondo, o partire, a proprio rischio e pericolo, per i posti più sperduti del mondo a portare cure ed assistenza.

Sono certo che in qualunque momento avremo bisogno di loro ci saranno. In una parola: medici. Ho intervistato la Prof. Maria Pia Villa, che ogni giorno vive e lavora a contatto con i suoi studenti e non esita a dire quanto sia importante il loro sostegno alla sanità pubblica. Allora secondo me qui il problema non è di natura fiscale ma sostanziale, per la cultura stessa di questo Paese. Le tasse, in uno Stato civile, devono essere utilizzate, in via principale per garantire servizi (efficienti) ai cittadini.

E quale utilizzo migliore se non la ricerca e la formazione dei medici di oggi e di domani? E’ corretto chiedere ulteriori sforzi a chi si impegna anche per il soddisfacimento di un’esigenza sociale? In tutto ciò, non trovo quei criteri di equità e di credibilità, che dovevano contraddistinguere l’operato del Governo.

E poi, parliamoci chiaro, l’economia dell’Italia non si salverà continuando a spremere di tasse chi a mala pena porta a casa 1000 euro al mese. Prima bisogna tagliare le pensioni dorate e gli stipendi a dir poco eccessivi se rapportati all’impegno e al merito. La soppressione di questo emendamento è stato un atto di giustizia per una generazione in difficoltà soprattutto a causa di errori che non hanno mai commesso.

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