La pax romana del primo re

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Furio Colombo, noto giornalista cresciuto nella Rai del compromesso storico (il patto di potere tra Dc e Pci dal dopoguerra agli anni 90, ormai ignoto ai più giovani), avrebbe voluto che “Il primo re”, il bel film di Matteo Rovere, esprimesse idee politicamente corrette, e non la brutalità primordiale delle popolazioni laziali di tremila anni fa.

Così fatto, il film, secondo lui, è fascista, perché le popolazioni sono in guerra continua tra di loro e la più forte prevale sulla più debole. Come regolarmente avveniva all’alba dei tempi. Non ci sono, tra le tribù del film, confronto interno, dibattito delle idee e decisione condivisa.

Non c’è, in altri termini, democrazia, e la libertà di azione dei guerrieri è costretta nei limiti dell’obbedienza imposta dal capo. Anche all’interno della tribù vince il più forte, che, nella rappresentazione del film, è, in realtà, anche il più intelligente e il più convincente. Questo per dire, che Colombo ha interpretato il film nella chiave di lettura della sua ideologia e della sua appartenenza, archiviata dalla storia.

Il rapporto tra Romolo e Remo, gemelli e rivali, che si contendono il potere ricorrendo a mezzi diversi (almeno, nella ricostruzione del film), è più complesso, è intriso di sentimenti forti, di amore fraterno e di ambizione. Vince, dei due, quello che, nel film, ha la visione più lungimirante, quello che si propone di aggregare le tribù sotto la legge. Come, poi, è effettivamente avvenuto.

Il regista offre la sua spiegazione del fenomeno Roma, che, ben presto, si munì della visione storica, in seguito nota come pax romanaConsapevoli che potessero o vincere o perdere, non esistendo allora il concetto della neutralità, i re romani, e poi le altre istituzioni che arricchirono la tolda di comando della Città-Stato, costruirono l’esercito, innovarono la strategia bellica e introdussero, a tutela dei cittadini, vecchi e nuovi, il sistema delle leggi.

Ne cives ad arma ruant. Perché i cittadini non ricorressero alla violenza, per resistere alla sopraffazione. Per dire, che non siamo d’accordo con Colombo nemmeno sul messaggio del film, che è, secondo noi, profondamente democratico.

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