La delicatezza del rapporto tra avvocato e cliente

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Il rapporto professionale tra avvocato e cliente è stato indagato in numerose decisioni del Consiglio Nazionale Forense e della Corte di Cassazione, a cui è consentito il ricorso in alcuni specifici casi, è stato raccontato dai giornalisti di cronaca giudiziaria e ha costituito lo spunto di romanzi e film molto noti. Ricordiamo, tra tutti, “Il caso Paradine” e “La ragazza del peccato”, in cui l’anziano e cinico avvocato di successo, impersonato da Jean Gabin, si innamora perdutamente di una giovane e splendida Brigitte Bardot.

Il codice etico forense disciplina i profili di rilievo oggettivo del rapporto, come gli aspetti economici, ma lascia alla sensibilità degli avvocati la ricerca dell’equilibrio tra l’assistenza, doverosa, e l’eccesso di empatia, noto anche in psicanalisi, dove il contagio psichico è sempre latente, come fenomeno di identificazione proiettiva.

L’assistenza non deve diventare complicità, nemmeno successiva alla commissione dei fatti controversi in giudizio, e l’avvocato penalista, in particolare, deve avere ben presente di dover difendere una persona (il presunto reo) e non il reato. Chi vive la professione tutti i giorni sa che il confine può essere labile, perché l’ordinamento giuridico consente alla parte, ma non all’avvocato, di mentire. Allo scopo di sostenere la propria linea difensiva e conseguire in giudizio la verità processuale, all’esito del dibattito su argomenti e prove, che coinvolgono anche fattori occasionali e personali.

Il cliente vorrebbe sempre che l’avvocato “sposi la causa”, la renda propria, soffra con lui/lei, senza rendersi conto che l’identificazione assoluta è nociva quanto non mai. Il distacco consente un’osservazione privilegiata e una capacità di consiglio che la parte, compenetrata nel dissidio, non può avere. Il codice etico vigente richiede, tra l’altro, una valutazione preventiva della causa, sulla base evidentemente del fatto e della legge, che lo regola.

Qualche studioso sostiene addirittura l’esistenza del diritto soggettivo (del cliente) alla prevedibilità dell’esito del giudizio. In effetti, la previsione del risultato non è un’operazione semplice, per i fattori casuali che possono inquinare il decorso del giudizio e per le incognite del contraddittorio. Insomma, comprensione e dedizione sì, identificazione no.

Ricordiamo, per concludere, la raccomandazione di un grande avvocato penalista del passato, l’avvocato Alfredo De Marsico“La coscienza dell’avvocato deve identificarsi in ogni momento con la coscienza morale dell’uomo e nessuna responsabilità tecnica può far derogare da questo supremo imperativo etico che riassume la dignità dell’uomo e dell’avvocato”.

 

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