Isolamenti mortali

biagi

Pietro Ichino ha ricordato in una recente intervista a Radio 24 che la morte di Marco Biagi, assassinato per il suo impegno a favore dello stato, è dovuta anche alla trascuratezza di uffici che avrebbero dovuto vigilare sulla sua incolumità. L’isolamento del suo impegno professionale si è rivelato mortale.

Non è purtroppo l’unico caso in Italia negli ultimi venti, trenta anni. Gente che ha svolto tenacemente il proprio impegno di lavoro, animata anche da passione civile e sociale, oltre che da scrupolo professionale, è stata uccisa spietatamente. Il messaggio è che l’impegno uccide, la “disattenzione” risparmia la vita. “Qualunque cosa succeda”, scriveva Giorgio Ambrosoli, che non desisteva dalla sua opera e temeva l’intrigo della diffamazione più della morte.

Falcone, D’Antona, forse anche il generale Dalla Chiesa, sono stati isolati e uccisi dall’assenza di un pari impegno di solidarietà, prima che dalla mano del sicario. Il giudice Paolo Adinolfi, il cui corpo non è stato mai trovato, impegnato in processi di bancarotta, è stato vittima, secondo le modeste risultanze istruttorie, della sua rettitudine. Gente che non ha voluto chiudere un occhio, che “se l’andava cercando” (come ha detto qualcuno) per rispetto della funzione, non per consapevolezza del comportamento eroico.

Ma l’eroismo gli va riconosciuto dalla società, da noi. Ichino, che ha visibilità ed ascolto più del Nuovo Mille, potrebbe proporre un riconoscimento per questi valorosi civil servants, la cui morte forse poteva essere evitata, e la costituzione di un ufficio riservato per la tutela di tutti quelli che in Italia assolvono rigorosamente funzioni di interesse generale e pubblico con il rischio della propria incolumità personale.

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