INTEGRAZIONE, QUESTA PERFETTA SCONOSCIUTA

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Riceviamo e pubblichiamo il contribuito di un nostro lettore che esprime il suo pensiero sull’attuale tema dell’immigrazione. 

Immigrato, richiedente asilo e rifugiato sono parole ormai molto ricorrenti nel discorso mediatico nazionale. Tutta la cronaca si è concentrata sul fenomeno migratorio: stampa, radio, tv e social spendono fiumi d’inchiostro e parole per tentare d’informare i loro utenti.

Spostiamo per un momento l’attenzione da questo problema a un altro: quello dell’integrazione. Preoccupiamoci per un giorno di analizzare la situazione degli stranieri residenti in Italia e la loro interazione con gli italiani, con buona pace del fenomeno migratorio.

Secondo l’ISTAT al 1° gennaio 2018 in Italia risiedono 5.144.440 stranieri, pari all’8,5% dei cittadini residenti, l’84% vive al centro nord e il restante nel mezzogiorno. Il 30% degli stranieri sono di origine comunitaria (la maggior parte rumeni) mentre il 70% sono di origini extracomunitarie (soprattutto provenienti da Albania, Marocco, Cina).

Il primo punto da analizzare è il livello d’integrazione raggiunto nella nostra società. Secondo l’indice MIPEX del 30 giugno 2015, l’Italia risulta essere al 13° posto su 38 paesi presi in considerazione, ottenendo un risultato sotto la sufficienza con un punteggio di 59/100 (nonostante questo risultato ci ponga al di sopra della media UE di 51/100), un risultato ben lontano dalla prima della classe, la Svezia che totalizza 78/100. Insomma, un voto non brillante certo, ma che lascia sperare un risultato migliorabile con poco; della serie: l’alunno è intelligente ma non si applica.

Il secondo punto da esaminare è la strategia che il nostro paese adotta per ottenere dei risultati accettabili da una buona politica d’integrazione. Qui la sorpresa è che non abbiamo una strategia.

Mentre in alcuni paesi esteri sono chiari, con i loro limiti, i modelli di riferimento adottati per affrontare la problematica, il modello italiano non è ancora ben definito. L’Italia affronta la questione con un approccio simile a quello tedesco, l’idea, cioè, di incoraggiare gli stranieri a coltivare la propria cultura originaria con la prospettiva del loro ritorno al paese d’origine, ma ciò che manca è una strategia che porti a perseguire tale fine.

Secondo il sociologo Renzo Guolo (considerazioni datate ma di assoluta attualità) due sono le cause di questa mancanza: in primo luogo il fenomeno migratorio è manifestato in un periodo d’instabilità politica italiana; in secondo luogo il tema dell’integrazione degli immigrati è oggetto di radicale conflitto politico e sociale. In assenza di un preciso quadro di riferimento e di una condivisa ripartizione delle competenze, il vuoto è stato colmato, in ordine sparso e senza una comune visione, dalle più disparate istituzioni quali: la magistratura, le forze dell’ordine, la scuola, il volontariato.

Vincenzo Cesareo individua tre prospettive per affrontare i problemi della convivenza multietnica, cioè: il monoculturalismo, il pluralismo culturale e il multiculturalismo. Quello che ritengo attualizzabile nel nostro paese è il pluralismo culturale consensuale, esso riconosce “…l’esistenza di diverse culture all’interno di una stessa realtà societaria e postula nel contempo una rigida separazione tra sfera pubblica e sfera privata.

La sfera pubblica è normata da leggi comuni universalmente accettate, mentre quella privata è il luogo della libera espressione delle differenze…”, continua “La versione consensuale è quella tipicamente testimoniata dalla vicenda statunitense, laddove i vari gruppi hanno mantenuto aspetti della propria tradizione pur conformandosi ad alcuni modelli ampiamente condivisi…”. Un modello dunque che permette la libera espressione delle proprie identità, ma che non fatica a riconoscersi in un’unica grande famiglia in cui a essere condivisi sono valori fondanti della società che ospita. Sperando che non si cada nuovamente in sterili luoghi comuni.

 

Davide GABRIELE

 

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