Il principio di responsabilità non vale per i magistrati


La giustizia in Italia non funziona. Non è un mistero e non è una novità. Le istituzioni di settore denunciano regolarmente le tante incresciose carenze. I cittadini avvertono l’onere del disservizio quando vanno in tribunale, i cittadini perbene naturalmente, perché gli altri ne traggono grande beneficio personale.

E’ un onere improprio, l’ennesimo imprescindibile onere improprio della società italiana? Un onere comunque destinato a gravare sulla collettività senza rimedio possibile? La risposta è no. Uno Stato moderno, industrializzato, erede della tradizione giuridica romanistica e del pensiero liberale risorgimentale, non può rassegnarsi e accettare il preteso inevitabile declino del diritto.
Deve reagire e la reazione deve riguardare utenti e prestatori del servizio giustizia, giudici e avvocati, con l’auspicio che il contraddittorio naturale tra gli uni e gli altri si sostanzi per l’occasione in impegno comune per il bene della collettività. Salvo riprendere vigore e, all’occorrenza, contenuto polemico in sede propria.

Chi abbia proposte meritevoli di dibattito non deve farsi scrupolo di farle seguire alle critiche di sistema. L’iniziativa personale è iniziativa liberale, riteneva Guido Calogero. Alcune proposte del Mille in tema di giustizia sono note e costituiscono oggetto di dibattito. Affermazione del principio di responsabilità per i magistrati che sbagliano e abrogazione del decreto 231 del 2001, che introduce nell’ordinamento il principio di responsabilità della persona giuridica, soggetta a severe sanzioni interdittive a prescindere dai diritti di incolpevoli creditori, clienti e azionisti, costituiscono priorità assolute, ineludibili.

I meno giovani ricorderanno l’esito del referendum popolare, che nel 1987 a seguito di un ampio dibattito che appassionò il Paese, stabilì che il principio di responsabilità per i magistrati dovesse trovare concreta applicazione nella pratica giudiziaria. La volontà popolare è stata ignorata dall’intesa prontamente intercorsa tra potere legislativo e potere giudiziario, che diede origine, nella disattenzione generale, ad una legge ordinaria sostanzialmente incline a favorire l’irresponsabilità dei magistrati, almeno a giudicare dal vaglio pregiudiziale dei fatti richiesto per promuovere un giudizio nei confronti di un magistrato, pena l’improcedibilità dell’azione.

Si critica, spesso e severamente, l’immunità riconosciuta ai parlamentari in carica. Si ignora e non si critica l’immunità di fatto riconosciuta ai magistrati, la cui responsabilità non sussiste finché non sia riconosciuta e costituita in misura risarcitoria da sentenza passata in giudicato, a seguito di vaglio sulla pretesa di danno affidata ad altri magistrati.
Anche il codice deontologico dell’ordine forense prevede che il comportamento degli avvocati venga sottoposto al vaglio dell’ordine di appartenenza prima che il giudizio ordinario sia promosso nei loro confronti. La norma non prevede tuttavia l’improcedibilità dell’azione giudiziaria contro l’avvocato e viene sistematicamente ignorata da giudici e avvocati.
Su questo aspetto sarebbe opportuno l’intervento dell’organo nazionale forense e degli ordini territoriali. L’approssimazione e l’ingiustificatezza dei provvedimenti giudiziari vengono di fatto imputate all’eccesso di carico di lavoro, se non a leggi psicologiche e all’inconscio del giudice.

Incredibile ma vero! E’ capitato, nell’espletamento dell’attività giudiziaria, che un giudice abbia criticato la decisione di un collega e tuttavia l’abbia giustificata e assolta riconoscendo diritto di accoglienza al radicamento di idee preconcette: “non può esservi dubbio che qualsiasi organo giurisdizionale, una volta presa una certa decisione, assai raramente è disposto ad ammettere – anche a livello inconscio – che sia errata o comunque da rivedere”.
All’eccesso di impegno, effettivo o presunto o preteso, in realtà si può rimediare con semplicità anche mutuando le buone abitudini di altre società civili moderne e sviluppate. Motivazione giudiziaria per relazione, che richiama fattispecie analoga già decisa, e diritto del precedente, che prevede l’obbligo della conformità alla decisione della Corte Suprema, costituiscono comportamento obbligatorio per i giudici anglosassoni e comportano notevole semplificazione dell’impegno decisorio, oltre a garantire certezza del diritto ed effettiva parità di trattamento giudiziario tra cittadini.

Certezza del diritto è prevedibilità dell’esito della lite in base alla disciplina legislativa che regola la questione sottoposta al vaglio giudiziario. La teoria vorrebbe che l’analisi logica del fatto e la qualificazione giuridica producessero una decisione necessitata, sottratta ad umori, illazioni, interpretazioni cervellotiche, in breve, prevedibile.
Gli avvocati sanno che l’esercizio previsionale è sempre più esposto a margini di errore indipendenti dall’applicazione della norma e indulgono a loro volta in valutazioni che non presentano la caratteristica della riproducibilità, incentivando la spirale viziosa del disservizio giustizia. La spirale deve essere interrotta nell’interesse della collettività, della giustizia, delle esigenze e delle prospettive di evoluzione del sistema.
E’ richiesto un ampio dibattito nel Paese, a cui è opportuno che partecipino utenti e prestatori del servizio giustizia. Sono richieste trasparenza, disponibilità al riconoscimento di meriti e demeriti, condizione ineludibile per il cambiamento. E’ richiesto il concorso dei mezzi di comunicazione che consentano divulgazione e approfondimento.
Se la giustizia non prevale sulle pastoie dell’emergenza, perde la civiltà.

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