Il linguaggio oscuro del diritto

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Gianrico Carofiglio, scrittore di saggi, in materia giuridica, e di libri gialli molto apprezzati, ex magistrato ed ex parlamentare, è, per vocazione e per mestiere, appassionato di linguaggio, alla cui corretta (e comprensibile a tutti) utilizzazione attribuisce anche un senso di responsabilità sociale. Ogni parola usata deve raggiungere lo scopo previsto e, quindi, il significato delle parole deve essere accessibile, anche all’esterno dell’ambiente di appartenenza dell’utilizzatore. Mentre è vero, sostiene Carofiglio, che, ad esempio in ambito forense (ma non solo), il linguaggio viene usato spesso in modo oscuro, per affermare un ruolo esclusivo, limitrofo alla supponenza e alla affermazione della supremazia intellettuale sui non adepti. Come lui, infatti, dimostra, ricorrendo a numerose esemplificazioni, con competenza e (apparente) semplicità.

Perché è vero che una certa attività processuale può essere qualificata con parola gergale o colloquiale, ma è altrettanto vero che il processo, così come le attività che si compiono al suo interno, è fatto altamente specialistico, estraneo alla cultura comune e diffusa e alla capacità di comprensione immediata, perfino per gli addetti ai lavori. La descrizione di un evento, che sia fatto “giuridicamente rilevante” per le questioni implicate, non è materia che possa essere discussa al Bar Sport (come, per la verità, è vero anche per la politica, che, invece, è oggetto di apprezzamenti e di scontri ideologici, perfino umorali). Gli argomenti di interesse, in ogni caso, devono essere “tradotti” in linguaggio comune, per consentire agli interlocutori (clienti), di comprendere e di fare le proprie scelte. E questo costituisce un impegno non semplice, in particolare degli avvocati.

Diciamo questo non per il gusto di contraddire Carofiglio, quanto perché nell’eccesso di semplificazione linguistica risiede il rischio della banalizzazione concettuale. E’ esperienza comune di avvocati e magistrati che le parti dell’evento, trasferito nel processo, pretendano di interloquire con malintesa capacità di decifrazione degli aspetti di fatto, produttivi di effetti giuridici, giungendo spesso a conclusioni affrettate. Tali che, nel prosieguo, in caso di disillusione, portano a giudizi ingenerosi sugli addetti ai lavori. Non intendiamo, con ciò, esimere dalla responsabilità della funzione avvocati e magistrati, conoscendo bene le imperfezioni di funzionamento del sistema giudiziario, ma è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare, e non di più.

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