Fosse ardeatine, affronto alla dignità di un popolo


L’eccidio delle Fosse Ardeatine ha lasciato nella coscienza della città di Roma il segno indelebile di un affronto che supera le generazioni e non potrà essere mitigato da analisi storiche, valutazioni giuridiche e nemmeno dalla morte dell’artefice, tra gli altri, Erik Priebke o dalla negata cerimonia funebre.

In quelle cave sono stati assassinati trecentotrentacinque cittadini italiani, quasi tutti civili e tutti innocenti dell’attentato di via Rasella, che l’eccidio ha voluto così barbaramente sanzionare. La ferita straziante di queste morti e delle tante morti che l’hanno precedute e seguite negli anni della guerra fraterna scatenata dalla viltà di un ceto dirigente in fuga potrà essere lenita soltanto dalla riconquista della dignità nazionale, offesa anche dal “giudizio morale e giuridico sull’Italia e dalla pronuncia di un castigo che essa deve espiare per redimersi ed innalzarsi o tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano coi vincitori gli altri popoli” (dal discorso di Benedetto Croce sul trattato di pace del 1947).

I governi di Cln che si sono succeduti in Italia dal dopoguerra al 1994 non hanno restituito dignità alla nazione, pur essendo consapevoli degli esiti della disfatta morale, e i governi che si sono alternati negli anni successivi non si sono proprio posti la questione.

Alcuni, ancora modesti, spezzoni della società civile ed intellettuale italiana hanno però cominciato ad elaborare il lutto della disfatta alla ricerca del riscatto. Il processo della storia è lento ma giusto e inesorabile.

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