Forze in campo contro il terrore

esercito

Sul pericolo di attentati in Italia, dopo la strage di Parigi, i rappresentanti delle funzioni direttamente impegnate nella prevenzione e nella repressione di fatti criminali hanno mutato orientamento. Il ministro degli interni ha riconosciuto che varie decine di cosiddetti foreign fighters sono nel paese o hanno avuto recente accesso.

Minniti, responsabile politico dei servizi, ha allertato, per la prima volta in Italia, anche nessuno lo ha notato, la vigilanza dei cittadini. Tutti devono sentirsi investiti del compito della sicurezza. Non è un messaggio di immediata comprensione in Italia, diversamente che in Inghilterra, ad esempio, dove le emergenze nazionali sono motivo di impegno e di orgoglio nazionale. Churchill durante la guerra promise lacrime e sangue e gli inglesi apprezzarono. Mussolini promise la vittoria e si sa come è andata.

La capacità di azione e reazione dovrà poggiare, in effetti, sulle forze dell’ordine e sull’esercito, oltre che sull’intelligence. Con tutte le difficoltà connesse alla indefinibilità del terreno di scontro, che è sostanzialmente affidato alla iniziativa degli attentatori, disposti al sacrificio della propria vita a fronte del significativo obiettivo del terrore.

Il confronto è, quindi, tra la capacità di offesa, improvvisa, efficace, terroristica, e la capacità di difesa. L’immagine del bambino killer che esegue la condanna a morte rimarrà stampata a lungo nelle coscienze dei cittadini, come quella dell’auto della polizia francese che arretra dopo un vano tentativo di scontro a fuoco.

Perché i terroristi avevano messo in conto la morte, avvenuta il giorno successivo, mentre gli agenti francesi non volevano morire (giustamente). Inoltre, gli attentatori sono abituati a uccidere, per scelta ideologica e per automatismo. Gli agenti e i militari, dei paesi occidentali in genere, hanno l’opposto automatismo della prevenzione, anche sul campo, che li svantaggia nel confronto fisico. Con l’ulteriore onere della salvaguardia delle persone coinvolte nel rischio dello scambio a fuoco.

Come si vede, anche soltanto ragionando senza dati a disposizione, la sproporzione di forze in campo, nel confronto specifico, è enorme. Il divario si attenua nel confronto dei sistemi a confronto, per volumi di danno e per concretezza dell’effetto, ma di questo i politici non possono parlare.

Serve un gran lavoro di preparazione da parte delle istituzioni e della politica e i cittadini devono effettivamente partecipare. Ma le condizioni del concorso devono essere chiare, enunciate. Al momento, Minniti ha suscitato l’allerta, ma non si vede interlocuzione a cui partecipino tutti i protagonisti della difesa di sistema.

 

Conversazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*